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Il silenzioso esodo di Elvira Casarsa, da Parenzo 1948

Nelle mie 212 interviste ai profughi italiani dell’Istria, di Pola, di Fiume, di Zara, della Valle dell’Isonzo e della Dalmazia non mi ero mai imbattuto in una storia come quella che vado a raccontare. Tutto è incentrato sul silenzio riguardo ai fatti dell’esodo, sul non dire ad altri, neanche ai figli. Tale comportamento, dettato dalla vergogna o dalla paura che negli anni 1946-1960 pervadeva il profugo giuliano dalmata, è in questo caso elevato all’ennesima potenza.

Tessera di riconoscimento di Elvira Casarsa del 1948, Comitato Nazionale Venezia Giulia e Zara

Il tutto è mescolato in una salsa mitteleuropea, che Claudio Magris non esiterebbe a definire «un mondo fatto di microcosmi». Mi è venuto in mente Magris, quando ho sentito che la protagonista di questa testimonianza ha per secondo nome “Anita”, che è il nome della vecchia morosa del padre.

Torniamo al silenzio dei profughi. È un silenzio che rende quasi trasparenti le persone protagoniste della vicenda. È come se non esistessero. È come se non fossero mai esistite. Perfino le istituzioni italiane di oggi negano loro la correttezza del luogo di nascita. Una certa persona la fanno nascere nel 1928 a Parenzo “in Croazia”, quando tale entità statale nemmeno esisteva e Parenzo, nella sua amata terra, era italiana.

“Mio papà non mi ha mai parlato dell’esodo – ha detto Graziella Dainese, nata a Rovigo nel 1951 ed oggi residente a Portogruaro, in provincia di Venezia – el me diseva de star zita anche se vedeva carabinieri o polizia, lui gaveva sempre paura e dopo la mia maestra alle elementari gà da el tema sulla famiglia e mi gò scrito quel che savevo, alora la maestra gà ciamado i genitori che se gà rabiado con mi”.

I genitori della professoressa Graziella Dainese sono Elvira Casarsa, nata a Parenzo nel 1928, “jera el Regno d’Italia”, oggi in casa di riposo “G. Francescon” a Portogruaro e Franco Leo Dainese, nato a San Michele al Tagliamento nel 1924 e morto a Gorizia nel 1987. Era perito agrario e ha lavorato in diversi zuccherifici.

Essi fuggirono da Parenzo “dopo el ribalton, ossia quando che riva i titini e i la fa da paroni”. Elvira e Franco si conoscevano, ma non erano sposati. Franco Dainese nel 1946 si trasferisce da certe zie di Loreo, in provincia di Rovigo, mentre Elvira Casarsa, dopo l’assenso all’opzione per l’Italia da parte delle autorità jugoslave, datato il 3 maggio 1948, parte in piroscafo il successivo 20 ottobre. Ha il “passaporto provvisorio” n. 11.072, del Consolato Generale d’Italia a Zagabria, datato 25 agosto 1948.

Nel giorno in cui sale in piroscafo, ha inizio il silenzioso esodo di Elvira Anita Casarsa, partita assieme ai genitori Luigi Casarsa (Parenzo 1893 – Trieste 1963) e Giovanna Zucco (Cividale del Friuli 1899 – Porto Tolle 1956).

La prima tappa è a Cittanova, diventata Novigrad in croato, dove ricevono il “visto d’ingresso” il 21 ottobre. Poi sbarcano a Trieste e stanno al Campo Profughi del Silos fino al 27 del mese. Il giorno dopo, in treno, il nucleo familiare arriva al valico di Monfalcone, ovvero al confine tra il Territorio Libero di Trieste (TLT) e l’Italia, per giungere al Centro di Smistamento Profughi (CSP) di Udine, in Via Pradamano, da dove passarono oltre 100 mila individui, ovvero un terzo dell’esodo giuliano dalmata.

La mobilia e le masserizie della famiglia Casarsa si fermano al Magazzino 18 di Trieste, quello che ha dato il titolo al celebre spettacolo di Simone Cristicchi, per intenderci. “I miei nonni Giovanna e Luigi se partidi da Parenzo e i gà portà 700 chili de roba – aggiunge la signora Dainese – no se podeva portar de più nei bauli e nei cassoni e la mia nonna gà lassado la casa a una vicina, una certa Bratulic, piuttosto de altri sconosciuti, dopo coi mobili e il vestiario gà portà via anche una barca, ma a Trieste se stada rubada”.

Luciano Guaita, direttore del CSP di Udine, il 29 ottobre 1948 consegna a ogni profugo della famiglia Casarsa un “sussidio straordinario di 500 lire” dalla Direzione Centrale dell’Assistenza Post Bellica, dipendente dal Ministero dell’Interno. Poi li destina al Centro Raccolta Profughi di Lucca, dove stanno per un anno e mezzo. L’amore sgorga nel Campo Profughi toscano: Evira e Franco, che già si conoscevano, si sposano il 12 settembre 1949, nella parrocchia di San Frediano a Lucca.

La professoressa Graziella Dainese mi mostra documenti su documenti, con i quali ha potuto ricostruire pezzo dopo pezzo la storia (mai ascoltata) dell’esodo dei suoi cari.

Dopo le nozze dei genitori, la nuova famiglia si trasferisce dai parenti di lui, a Loreo, vicino, troppo vicino, al Po. La famigliola, il 2 luglio 1951, è rallegrata dalla nascita di una figlia, appunto Graziella Dainese. La devastante alluvione del 14 novembre 1951 li coglie di sorpresa e si porta via tutte le masserizie ed il semplice arredo della famiglia di lei, partite dall’Istria e recuperate dal Magazzino 18, ricevute in regalo dai giovani sposi.

Passaporto provvisorio di Elvira Casarsa del 1948

Madre e figlia alluvionate vengono accolte, dal 17 novembre 1951 al 28 febbraio 1952, come fu per altri 32 bimbi del Polesine allagato presso l’Istituto per l’Infanzia “Santa Maria della Pietà” di Venezia, come risulta dal registro “Legittimi dagli anni 1945-1986” dello stesso ente.

A questo punto le tappe e gli spostamenti dell’esodo si moltiplicano a dismisura. Nel 1953 c’è il Centro Raccolta Profughi di Vicenza. Nel 1955-1956 la famiglia è a Porto Tolle e ad Adria, dove si becca la seconda alluvione: quella del Canal Bianco, derivazione dell’Adige. Nel 1957 vanno a Catanzaro, poi a Bologna, per il lavoro del babbo. Altre tappe, nel 1958 e nei decenni successivi, sono, tra le altre, Cervignano del Friuli, San Donà di Piave e Portogruaro.

Dopo tutte queste peregrinazioni, lutti e tante umiliazioni, negli anni 1980-1982 Elvira Casarsa, in casa di riposo, viene apostrofata con l’epiteto di “sporca slava” da qualcuno che evidentemente ce l’aveva su coi profughi istriani.

Come è successo per molti altri esuli, Elvira e sua figlia alzano la testa dopo l’approvazione della legge 92/2004 sull’istituzione del Giorno del Ricordo, al fine di mantenere e perpetuare la memoria della tragedia riguardo alle vittime delle foibe e dell’esodo dalle loro terre dei 350 mila italiani d’Istria, di Fiume e della Dalmazia nel secondo dopoguerra. Secondo le stime di certi storici, come Raoul Pupo, dell’Università di Trieste, la cifra degli esuli potrebbe abbassarsi ai 250 mila individui.

Le ultime sfide affrontate dalla professoressa Dainese riguardano la dignità e la storia di sua madre Elvira Casarsa, da Parenzo. Nel 2013 esse effettuano un viaggio proprio a Parenzo con un pulmino speciale per condurre i disabili, dato che la madre è costretta su di una sedia a rotelle. La Signora Elvira rivede la sua terra rossa d’Istria e si commuove. Conosce e saluta caramente gli attuali abitanti della sua vecchia casa, in Via Pietro Kandler numero 11, vicino alla settecentesca chiesa della Madonna degli Angeli. Rivede la stupenda ed unica nel suo genere Basilica Eufrasiana, inserita tra i patrimoni dell’umanità dell’UNESCOdal 1997.

Nel Giorno del Ricordo 2014 le due donne vengono invitate all’Istituto Statale d’Istruzione Superiore “Gino Luzzato” di Portogruaro, per parlare alla scolaresca dell’esodo da Parenzo.

Elvira Casarsa con la scolaresca dell'Istituto "Gino Luzzato " di Portogruaro

Sempre nel 2014 esse si attivano per far valorizzare il cippo posto dal Comune nel 2005 in ricordo delle Vittime delle Foibe. Il monumento si trova nel Parco della Pace, nella Villa Marzotto a Portogruaro. La professoressa Dainese porta anche alcune piccole pietre dall’Istria per decorare la parte bassa del cippo. Di questo fatto riporta la notizia Vito Digiorgio sul portale Internet www. portogruaro.net  il 28 agosto 2014, ma anche altri giornalisti si interessano del caso.

Nel 2015 Marco Corazza sulle pagine locali de «Il Gazzettino» di Venezia del 22 settembre,  riporta la notizia della battaglia legale intrapresa dalla professoressa Dainese, quando ha dovuto chiedere di fare da amministratrice di sostegno della sua mamma. “Voglio tutelare la località di nascita di mia madre, che ha studiato – ha detto – è stata radiotelegrafista a Trieste, nella sua vita amava la pittura, leggere libri, scrivere poesie e non si può avere poco rispetto della persona solo per il sistema informatico del tribunale”.

Nella documentazione rilasciata dal Tribunale di Pordenone, infatti, risulta che Elvira Casarsa è nata a Parenzo “in Croazia”. Allora la professoressa Dainese ha intrapreso l’ennesima sfida, “perché – sostiene – la legge 54/1989 prevede per i cittadini nati sotto la sovranità italiana, l’obbligo di scrivere nei documenti i luoghi di nascita nella lingua italiana, senza alcun riferimento allo stato cui attualmente appartiene la località”. È scorretto, quindi, segnare che Elvira sia nata “in Croazia” nel 1928 a Parenzo.

I documenti menzionati fanno parte della Collezione Elvira Anita Casarsa, nata a Parenzo; residente a Portogruaro, provincia di Venezia. Intervista effettuata a Portogruaro il 28 novembre 2015 da Elio Varutti alla signora Graziella Dainese (Rovigo 1951).

Ricerca per il Gruppo di studio su “Le donne dell’esodo giuliano dalmata”, classe 5^ D  Dolciaria. Coordinamento a cura dei professori Francesco Di Lorenzo (Italiano e Storia), Elio Varutti  (Diritto e Tecniche Amministrative della Struttura Ricettiva). Dirigente scolastico: Anna Maria Zilli. Istituto “B. Stringher”, Udine. Progetto “Storie di donne nel ‘900”, sostenuto dalla Fondazione CRUP. Referente del progetto: prof. Giancarlo Martina(Italiano e Storia); anno scolastico 2015-2016.

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